Da piccolo aborrivo la violenza in tutte le sue forme
28 agosto 2010
Da piccolo aborrivo la violenza in tutte le sue forme, anche ludiche. Ero un maschietto buono e anticonformista io, che guardava con rammarico e compatimento al cipiglio plastificato e insincero di Action Man, alle inutili avventure locali in cui si cacciava quel mito sfigato e solitario in canotta lisa, ai soldatini monocolore, al pallone da calcio, al calcio, alle magliette dei calciatori, alle figurine dei calciatori, ai calciatori, nonché al loro condimento preferito: la Nutella. Ero anche abbastanza sveglio per capire che tutti gli utensìli di Action Man, tutte le armi di tutti i plotoni del mondo e i tiri di punta dei cannonieri più potenti di tutte le squadre valevano ciccia contro la magia della coppa lunare suprema di Sailor Moon. Tanto valeva schierarsi dalla parte del più forte, tanto più se il più forte combatteva in nome della luna, e non in forza di qualche residuo ormonale, primitivo e incontrollato. Per il mio ottavo compleanno, decisi di farmi regalare tutte e cinque le bamboline guerriere Sailor, pienamente consapevole e vagamente fiero di portare scandalo in società, trasgredire il modello di bambino militarmente equipaggiato che, nel frattempo, tutti i miei coetanei andavano incarnando, tra l’altro con pericolosa convinzione, e che io, invece, trovavo out, banale, noioso e decerebrante. Vieppiù, le armi e i militari erano soggetti poco spendibili per le sceneggiature barocche, mistiche, moraleggianti, trascendentali, che sviluppavo sempre in terza persona, ogni pomeriggio, dalle quindici alle sedici, dai cinque ai dodici anni, animando manualmente qualsiasi oggetto mi capitasse a tiro con fare misericordioso e tollerante: posate, bomboniere sfasciate, penne, cavatappi, tubi di scarico incrostati, pupazzi kinder, papere da allevamento… Tuttavia si combatteva spesso anche nelle mie sceneggiature, tuttavia in modo più pulito e inodore, melodioso e anemico, lontano da trincee, mine antiuomo e mense di servizio, rigorosamente in fuku alla marinara.
Da piccolo avevo un cuginetto acquisito con cui giocavo insieme durante le feste comandate nella casa della coppia di zii in comune. Si chiamava Mario e parlava sempre di Barbie sirena, Barbie principessa, Barbie ballerina, Barbie, Barbie, Barbie e Barbie di qua e Barbie di là, parlava tanto, parlava in fretta e io non lo seguivo tanto. Le Barbie in questione appartenevano alle cugine in comune e abitavano nella cameretta di queste. Ogni volta che finivamo in questa cameretta, Mario insisteva che dovevamo giocare con le Barbie, ma le Barbie non avevano alcun potere magico, loro non potevano salvare il mondo, passavano il tempo a trangugiare ettolitri di cocktail e incignare vestiti nuovi, che poi erano sempre gli stessi vestiti, ma a Mario piaceva di inscenare che fossero sempre ‘nuovi’ e, parimenti, a Mario piaceva di inscenare che i bicchierini da cockatil – in dotazione con il Bar di Barbie – all’interno della Cucina di Barbie – compresa nella Casa di Barbie – nella cameretta delle cugine in comune – - – - non si vuotassero mai, per declamare un civettuolo, sospirato, patetico, prolisso, personalissimo, flusso di coscienza in veste di Barbie, tra un sorso e l’altro, e l’altro, e l’altro e l’altro ancora. La mia Barbie, comunque, aveva un carattere molto diverso dalla Barbie di Mario. Tanto per cominciare odiava lo shopping, odiava i cocktail (infatti non incontrava mai l’altra pur abitando nella stessa cameretta), amava andare in giro nuda e aveva un senso dell’orientamento così scarso da imbattersi puntualmente nel temibile orso Trudy, un maniaco sessuale che, svoltato l’angolo del divano letto, la stuprava in tutte le salse e, alla fine, se la mangiava, anche, in tutte le salse. Lo ammetto, ogni tanto anch’io mi lasciavo andare e, fra un tirata moraleggiante e l’altra, facevo spazio a copioni con quattro bollini rossi che non avevano niente da invidiare a quelli di Tinto Bras. Mentre la mia Barbie era brutalmente massacrata a morsi dallo stupratore peloso e gridava di dolore e lo stupratore peloso rugliava di piacere, la Barbie di Mario usciva dall’ennesimo negozio di abbigliamento cartonato, raggiante e splendente come in uno spot di dentifricio, o come in uno spot di Barbie, con indosso un completino ‘nuovo’, pronta per un nuovo cocktail dai mille, lunghissimi sorsi.
Da piccolo non immaginavo che Mario sarebbe diventato così bella, talmente bella che ormai non ci si può più rivolgere a Mario come se fosse un bel ragazzo, ma come se fosse proprio una bella ragazza. A ben guardare, nessuna bella ragazza si chiama Mario, anzi, per come la vedo io, neanche la ragazza più cessa meriterebbe di farsi chiamare Mario. Perfino il mio professore si chiama Maria ed è un cesso di uomo. Insomma, una bella ragazza com’è diventato oggi Mario ha tutte le carte in regole per chiamarsi Maria. E Mario ha permesso a tutti di chiamarlo, appunto, Maria. Da un anno Mario è ufficialmente Maria, piacere. Per il suo primo compleanno nei panni di Maria, ieri, Maria ha invitato gli amici a un esclusivo party a tema, a casa della nonna (che da anni la salute costringe in trasferta a casa della figlia). Il tema era “Gli anni ’50”, svolgimento: Maria mi appare come un fantasma a lutto in mezzo al corridoio, in tutto l’allure esplosivo, scintillante, appariscente, sicuro, esperto, di donna appena, dolorosamente, silenziosamente, profondamente, serenamente, quasi completamente ritrovata. Baci, abbracci, sei meravigliosa, e tu di più, il vestito è un po’ troppo Dolce&Gabbana per essere anni ’50 e anche un po’ troppo lungo per questa casa, gioia. E infatti Maria cade, lunga lunga a terra, lungo il corridoio. Un tonfo sordo e non troppo inatteso per tutti. Tutti erano vestiti come i nonni e le nonne, tranne io, naturalmente. È stata una bella serata, in cui non ho mancato di ridere e far ridere, ahimè, involontariamente. Mi sono innamorato di un’amica di Maria e mi sono sentito impotente. E anche molto più basso di lei. Ho posto molte domande ma non sempre ho avuto risposte; c’è stata almeno una controdomanda. Mi sono seduto per primo, mi sono alzato per prendere un tovagliolo e non mi sono seduto mai più. Qualcuno mi si è parato innanzi con un vassoio stracolmo di dolci, ma ho capito che me li stesse offrendo quando era troppo tardi per servirmene: avevo già accuratamente scansato il tizio con tutto il vassoio, credendo che volesse farsi semplicemente largo fra gli ospiti. Ho fatto molte foto senza sapere di chi fosse la macchinetta. Non ho fatto nessuna foto con la macchinetta che mi è stata raccomandata. Ho bevuto in continuazione ma non ho fatto neanche una pipì. Non mi è scappata la pipì neanche ridendo in ginocchio. Ho dormito a occhi aperti e mi sono svegliato a casa mia. Sono corso in bagno.

29 agosto 2010 at 1:12 pm
Io sono lo specchio: aborrivo quasi tutte le barbie e guardavo Ken il guerriero…
Se puoi, porta i miei auguri a Maria..
29 agosto 2010 at 2:01 pm
Ken il guerriero è il fidanzato di Barbie guerriera?
Quando le dirò del blog, porgerò senz’altro i tuoi auguri a Maria! Ciao Bab.
30 agosto 2010 at 10:35 pm
Come finisce l’estate?
31 agosto 2010 at 12:55 pm
Ah, quindi Ken il guerriero non è il marito di Barbie guerriera, ma il fratello di Elvis Presley. La mia estate finirà dopo il 4 settembre. La tua, Bab?
31 agosto 2010 at 12:57 pm
La mia è finita da un po’. Ora studio studio studio e una manciata di giorni per finire la tesi….
Elvis? Con quel megamentone?
31 agosto 2010 at 9:45 pm
Si vede che Elvis ha preso dalla madre. Buona tesi Bab!