17 aprile 2010

Tutto ha inizio lunedì con un sms: “proposta per questo venerdì: ore 20 e 30, Musica e Poesia in un loft vicino p.za Vittorio con cena a 20 euri. Io vado.” “Anch’io Gabri.” – rispondo – “A venerdì”. Gabri è mia cugina, è single, come la maggioranza delle belle figliuole, di buona famiglia, simpatiche, intelligenti, diplomate, laureate, misurate, con un lavoro e una casa di proprietà, tiè. Se sei un maschietto single sulla quarantina e t’interessa mia cugina puoi lasciare pure un commento qui sotto con i tuoi riferimenti; se non t’interessa mia cugina continua a leggere, poi consulta uno specialista a caso. Per il resto lunedì studio, mi pare. Martedì, invece, fantastico sul loft di venerdì sera. Sarà decisamente un loft bar. Un attico. Forse un piano terra. In legno forse. Cazzo dici baita alpina, sarà stile western, mi dico. Quei locali bui, umidicci, che annegano in miasmi di birra, yeah. Mercoledì fantastico sulla cena. A base di carne? A pesce di base? A carne di pesce? A base di pesce. Giovedì fantastico su poesia e autori. Tutto tranne Emanuele Filiberto. Venerdì fantastico su musica e autori. Tutto tranne Pupo.

Alle 20 e 30 di venerdì convengo di aver fantasticato un po’ troppo. Per essere un loft è decisamente un loft, ma non è un bar, né western, né alpino. Però ci sono alpinisti e cowboy, ovvero gli amici che Gabri incontra ogni giorno a lavoro. Forse perché è una cena di lavoro? Non lo so. Non lo saprò mai. Tornando al loft, è un locale ampio e dismesso, con una gigantografia della Sicilia in cucina, la biblioteca nel soggiorno, un bidet in biblioteca, un pianoforte nel cesso e divani multiposto un po’ dappertutto. Per essere una cena è una cena, ma non c’è né base, né carne, né pesce. Anzi, non c’è proprio il secondo. Infatti il primo è a metà fra un primo e un terzo. Mi si porge una scodella con riso nero e scorze d’arancia – solo scorze, manco l’arancia intera – e inizio a cenare. Frunc frunc. Il suono della sconfitta, il sapore del lutto. Alla mia vicina di parca mensa tocca una sbobba di vongole ceci e castagne. Uno slancio di pietosa condivisione mi muove, intrepido, all’assaggio della sbobba, la quale sbobba, insperatamente, sembra meglio del riso nero che secondo me non è riso nero ma un misto di coleotteri e ditteri in salsa di bile. A un certo punto un tizio in mezzo a noi incomincia a declamare versi postmoderni, scritti da un tizio postmoderno anche lui in mezzo a noi. Noi in mezzo a loro applaudiamo e ci guardiamo sconvolti, ma a quel punto non sappiamo più se per le pietanze avanguardiste o le poesie postmoderne. Non escluderei il mix delle due cose o la paura del futuro. A un altro certo punto impiliamo le scodelle e filiamo nel bagno, in cui, vi rammento, c’era un pianoforte. Adesso, oltre al pianoforte, sono comparsi, d’amblé, un contrabbasso, una chitarra, una batteria e una batteria di pentole. Entrano in scena il pianista, il contrabbassista, il chitarrista, il batterista e la cuoca pronti a suonare per me, Gabri, gli alpinisti e i cowboy . Suonano musica jazz. Il jazz. Esiste una cosa più irritante del jazz. Ok, Emanuele Filiberto e Pupo. Allora esiste una cosa più irritante che inizia con la j? Ok, il jet-lag. Ma non avendolo mai provato io, il jet-lag, confermo il jazz, per ora.

Il jazz non mi coinvolge. Stare seduti ascoltando musica jazz, che non è come stare in piedi ascoltando musica jazz al tavolo degli stuzzichini prima che arrivi la sposa, personalmente, è come sfondare una porta aperta. Tanto sforzo per niente. Perché sfondare una porta aperta quando puoi usare una comoda maniglia ergonomica? Parimenti, perché ascoltare musica jazz da seduti, quando persino io riuscirei a fare almeno un’altra cosa contemporaneamente, senza rischiare di perdere minimamente il filo logico del brano (se è questo il rischio cui va incontro chi non siede, e ammesso che il jazz abbia un filo logico su cui sbattere la testa)? Il jazz, a mio avviso, ha ben poco di narrativo, ha ben poco di avvincente. Il jazz è piuttosto un tritato di emozioni reali, belle, brutte, passabili, sofisticate, banali ma crudamente umane. Frammenti di vita, rigorosamente quotidiana, scomposti e ricomposti, talvolta si rintuzzano, talaltra si combinano senza senso, come dei mostri, e ti fanno sentire un mostro, ridicolo, vile ed elegante allo stesso tempo, un verme col frac, lo zimbello della storia del mondo. Puoi sempre ritrovarti nel jazz, senza troppo sforzo, perché noi siamo il jazz e noi sappiamo sempre dove ci troviamo. Io magari un po’ meno ieri sera.

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.