Ho una ragione vera
12 ottobre 2010
Ho una ragione vera e abbastanza plausibile per giustificare la mia prossima-assenza-prolungata-dal-blog: mi è successa una cosa troppo bella e da una settimana sono senza parole. Non so quanto durerà lo stallo, e per la stessa ragione potrei rimandare il prossimo esame e l’appuntamento dal tricologo. Cose che in genere rimando senza ragioni. Siccome, poi, ultimamente, tutti mi chiedono cosa pensi io del jazz, consiglio a tutti la lettura di questo post. Ciao a tutti.
Magari non mi spezzavano
7 ottobre 2010
Magari non mi spezzavano il filo della linea telefonica mentre facevano la facciata: non avrei dovuto svegliare il mio conquilino alle otto domani mattina (che equivalgono alla sua prima ora di sonno). Pare che il suo balcone sia fondamentale per la riparazione. Peccato che il suo cellulare non gli recapiti mai i miei messaggi e che l’utente sia più irraggiungibile dei miei sogni. (E con oggi mi sono fatto tutti i computers dell’internet-laundry-point di Castro Pretorio!).
Per tutta la lettura
1 ottobre 2010
Per tutta la lettura di Acciaio ho fatto fatica a credere che l’abbia scritto una giovane dottoressa in filosofia, biellese di Biella, invece che un omaccione barbuto, romano de Roma, cassaintegrato in una s.p.a. e un medio passato nel cinema porno. Già, perchè in Acciaio il fulgido ritratto sulla periferia operaia italiana passa davvero attraverso gli operai, i cervelli degli operai, il sudore degli operai, il testosterone (ovvero le mutande degli operai), il sangue degli operai, il disincanto ruvido e sporco di un uomo a suo agio fra uomini. La poesia è sensuale, ossessiva, urgente, in trasparenza come impronte di polpastrelli sulle maniglie in acciaio. Bello.
La frase che ho riletto più volte è a pagina 216: “la notte era ampia e pulita fra i rami aperti come lunghe dita e il crollo improvviso, innocuo di una pigna”.
Disponibile anche in pratici versi:
la notte era ampia e pulita
fra i rami aperti
come lunghe dita
e il crollo improvviso
innocuo
di una pigna.
Una centrifuga…
Ricapitolando
29 settembre 2010
Ricapitolando, fra le cause della mia attuale depressione ci sono:
- un voto di merda dopo mesi di studio;
- internet che sciopera per la mancata sincronizzazione con il telefono;
- il telefono che sciopera per la mancata sincronizzazione con il modem;
- il modem in coma;
- il digitale in narcolessi;
- l’ascensore paralizzato;
- L’ENI che minaccia di staccarmi il gas;
- il mio coinquilino che minaccia di andarsene;
- il mio locatario che minaccia di vendere;
- l’indiano di questo internet-laundrey-point che mi minaccia perchè ho abbondantemente sforato la mezzora pattuita a un euro.
- il conflitto fra l’assoluta mancanza di appetito e la necessità di nutrirmi; necessità che implica fare la spesa, cucinare, masticare senza che io provi il minimo entusiasmo per nessuna di queste azioni.
A dire il vero non saprei dire se l’ultima postilla sia causa o piuttosto conseguenza della mia attuale depressione. Fortunatamente non ho piu’ il tempo di indagare oltre. E scusate se vi ripropongo una centrifuga di baci ma il rumore delle lavatrici automatiche non mi ispira altro.
Sono in uno squallido internet point romano
28 settembre 2010
Sono in uno squallido internet point romano che è anche una lavanderia automatica romana. Il modem di casa è rotto e solo il 7 mi attiveranno internet senza limiti, che è un tariffa Telecom, non una garanzia. L’esame è andato male e fortunatamente non ho il tempo di parlarvene. Una centrifuga di baci.
Ciao gente, se non mi faccio più vedere
17 settembre 2010
Ciao gente, se non mi faccio più vedere fino al 30 settembre vi stilo in anticipo tre possibili spiegazioni:
- sono grave all’ospedale di Foggia: stanotte mi è caduto il soffitto della cameretta addosso durante il quarto terremoto, a degna conclusione di un perfetto venerdì 17;
- sono sepolto al cimitero di Foggia: stanotte mi è caduto il soffitto della cameretta eccetera eccetera. (Non portatemi fiori ché sono allergico; non a tutti i fiori, ma meglio evitare);
- sono seriamente convinto di fare l’esame.
Mo’ vado a ripetere Ovidio per esorcizzare la paura di non tornare più a Roma (che implica morire stanotte o stare grave in ospedale per le prossime settimane o non essere seriamente convinti di fare l’esame).
Auguro la buona notte a tutti e in particolare sogni antisismici a tutti i Foggiani.
La felicità è trovarsi
11 settembre 2010
La felicità è trovarsi al momento giusto al posto giusto. Per esempio, in questo momento, comprendo benissimo come si senta un’arpa usata come attaccapanni in una questura, o come taglierina in un pastificio.
Quello che non riesco a capire da due anni, invece, è se il mio pappagallo canti ininterrottamente perché si senta più in dovere o più in diritto di farlo.
I promo di Desperate Housewives riflettono
8 settembre 2010
I promo di Desperate Housewives riflettono la compiutezza, l’originalità e il buon gusto della serie in questione, un prodotto televisivo ri-vo-lu-zio-na-rio. Il promo della settima stagione – che, per la cronaca, inizierà il prossimo 27 settembre sulla rete americana Abc – sconfina spettacolosamente nella cinematografia; un tipo di cinematografia – per la verità – patinata, un po’ naif, artefatta, grottesca, appariscente, ma in modo onesto, industriosamente ponderato, come dire, per necessità pedagogica, non proditoria. L’ultimo promo della serie è talmente cinematografico da potersi definire, a buon diritto, un trailer. Fatto questo breve cappello introduttivo, ne estraggo or ora un gigantesco coniglio chiamato Frank che, a sua volta, mi detterà uno sproloquio tecnicoide – che, a mia volta, stenograferò per voi – sul trailer in questione che, a nostra volta (mia e di Frenk) vi suggeriamo di guardare qui sotto.
Il concept è, o almeno dovrebbe essere “con fare western, le quattro eroine casalinghe preparansi ad affrontare il nemico incarnato nella nuova casalinga” Forse che la nuova disperata minacci di offuscare l’affezione dello spettatore verso i casi delle altre? L’idea (il concept) si sviluppa in cinque macrosequenze.
Macro s. #1: nove inquadrature, di pochi fotogrammi ciascuna, denotano il contesto ambientale della provincia americana e il genere del telefilm.
Macro s. #2: le quattro series regular (equivale a dire i personaggi cardini della serie, i più ripresi e stipendiati, in pratica le casalinghe disperate) vengono presentate in quattro sequenze da due inquadrature ciascuna, ellittiche e simboliche.
Macro s. 3: si assiste alla trasfigurazione – non priva di suggestioni sailormoonesche (lì rassicuranti piume d’angelo, qui croccanti foglie urbane) – dell’apparenza fenomenica domestica in essenza noumenica di dea. Per ogni casalinga tre inquadrature, per un totale di cinque sequenze. La prima casalinga della macrosequenza (Susan), ricompare anche alla fine della macrosequenza, come una specie di rima incrociata, in un altro blocco di tre inquadrature, di cui l’ultima (primo piano alla falcata di Susan) si salda per un nesso visivo allitterante all’inquadratura numero 32 (primo piano alla falcata parallela collettiva delle quattro housewives). La numero 32, insieme all’inquadratura numero 33 (dove anonime gambe, con iscatto sicuro, incorniciano la schiera casalinga) costituiscono la macro s. #4, la più piccola.
Macro s. #4: ha un mero senso di raccordo.
Macro s. #5: apparentemente banalotta, non manca di arte e di studio. Gli occhi delle quattro casalinghe battono, si aprono, si muovono in una fitta, ironica, poetica rete di opposizioni.
Macro s. #6: la mia preferita. Protagonista è la mela che palleggia Gabrielle. Al terzo palleggio, complice rincorsa di gomito, rispondono, serrate, le inquadrature successive: la numero 39, in cui una mano afferra la mela dal basso, la numero 40, l’ultima, in cui una frustata di polso – squisitamente teatrale – tira giù il pomo del peccato suggerendo la tempra della nuova series regular.
Okay, non sarà l’analisi più esauriente e professionale che abbiate mai letto – a essere sinceri io non ho mai letto analisi di questo tipo e dubito che esistano fuori dal mondo di Frenky – ma Frenky è pur sempre un coniglio, abbiate pazienza. E poi, ditemi, senza di Frenky, avreste notato la sopraffina, virtuosistica coesione strutturale che è alla base di questo trailer? Io penso di no. Ora Frenky vi ringrazia e torna nel cappello introduttivo.
100 punti a chi mi dice il titolo della canzone in sottofondo.
Oggi dovete andare tutti in libreria
6 settembre 2010
Oggi dovete andare tutti in libreria perché è uscito I ragazzi del Campiello 15, l’antologia del Premio Campiello Giovani 2010 che raccoglie i cinque racconti finalisti del Premio stesso. Se oggi avete troppo da fare, potete andare anche domani. O dopodomani. O non lo so, mandate qualcuno a comprarvelo. Ditegli che vi deve comprare I ragazzi del Campiello 15 e costa 15 euro. Poi però ridategli i soldi, per favore. Approfittate e accorrete numerosi! Il costo è proporzionato alle edizioni del Premio!
Eccolo.
Non trovate che la copertina sia irresistibilmente chic? E dal vivo si nota anche un ipnotico effetto iridescente compreso nel prezzo! Comprare per credere.
Gli autori di quest’anno sono in ordine alfabetico, e segnatamente:
Rocco (Mariano Pio) Cautillo. Praticamente io. Preferirei che leggeste anche Mariano Pio fra Rocco e Cautillo, non per un futile bigottismo onomastico, ma solo perché Rocco-Cautillo è cacofonico, insieme a rare altre combinazioni di parole italiane, fra cui sbuccio-cetrioli e senza-sostanze-sensibilizzanti (è inutile, il bagno si riconferma un’infinita risorsa d’ispirazione). A questo punto penserete che vi stia rifilando il libro per farmi diventare ricco e famoso, ma non è così, perché da questa antologia, agli autori, non arriva una cacca secca in tasca e gli autori sperano piuttosto che, se qualcosa debba arrivare, è il messaggio ai lettori. Ma sperano che non faccia così schifo come la cacca.
Letitia Fontana. Si pronuncia Letizia. Letitia ha solo sedici anni ma sa già come tenere incollato il lettore con le parole manco fosse una sceneggiatrice Rai consumata. L’ho conosciuta avantieri, insieme agli altri autori, big e giovani, convenuti a Venezia per la maratona campiellosa. Ha la pelle di Mangalore e gli occhi da Sfinge. La sera della cerimonia era un cioccolatino al latte con un incarto di lusso fiammante, firmato Valentino.
Ciro Gazzola, ovvero il vincitore del Campiello Giovani 2010, ovvero il ragazzo più elegante che io conosca dopo di me (nel senso che mi sono autoconosciuto io, prima di conoscere Ciro, e anch’io mi sono sembrato molto elegante). Ciro è un atleta, oltre che studente e scrittore. Porta un braccialetto giallo Livestrong al polso e, secondo me, è troppo magro, a differenza della mia amica Kosha, che invece è troppo ****** (scusate, Kosha odia quella parola e mi legge ogni giorno). Quindi, poichè Kosha è troppo ******, le ho appena dato il consiglio di correre, scrivere, studiare e comprarsi un braccialetto giallo Livestrong da mettere al polso.
Valentina Moro, soave e barbagliante come la sua r moscia. Limpida e ferma come il sincero disincanto con cui parla delle botte di culo nella sua vita. Una ragazza acqua semplice e sapone ipoallergenico. Studia nella stessa università del vincitore e insieme parevano molto affiatati. Formerebbero una bella coppia. Davvero. Senza contare che se oggi facessero un figlio, il figlio sarebbe la genetica promessa del Campiello Giovani 2030 (quando l’antologia del Premio corrispondente, in proporzione alle edizioni del Premio, costerà sui 35 euro).
Raffaella Petrosino studia lettere classiche, suona i pianoforti e il suo ragazzo, ha un blog qui e mi ha confessato che non direbbe mai “sbuccio cetrioli” perché sbuccio-cetrioli è cacofonico tanto quanto Rocco-Cautillo. Condivido. Più che i cetrioli preferisce sbucciare carote e tutto ciò che si pronuncia senza fastidi alveolabiali. Raffa è la mia donna ideale se avesse quaranta centimetri e un fidanzato tutti in meno. Scherzo Niccolò. Si fa per jazz.
Attualmente mi sento come la coppia della Costa Crociere. Il Campiello Giovani con Ciretto, Leti, Vale, Raffa e Niccolò, io, lo rifarei subito. E stavolta mi porterei anche i gemelli che ho scordato a Foggia e che all’ultimo, per il cocktail all’Hotel Bauer e lo spettacolo alla Fenice, ho dovuto rimpiazzare con un paio di punti metallici per manica, rocambolescamente pinzati con una spillatrice e olio di gomito.
Da piccolo aborrivo la violenza in tutte le sue forme
28 agosto 2010
Da piccolo aborrivo la violenza in tutte le sue forme, anche ludiche. Ero un maschietto buono e anticonformista io, che guardava con rammarico e compatimento al cipiglio plastificato e insincero di Action Man, alle inutili avventure locali in cui si cacciava quel mito sfigato e solitario in canotta lisa, ai soldatini monocolore, al pallone da calcio, al calcio, alle magliette dei calciatori, alle figurine dei calciatori, ai calciatori, nonché al loro condimento preferito: la Nutella. Ero anche abbastanza sveglio per capire che tutti gli utensìli di Action Man, tutte le armi di tutti i plotoni del mondo e i tiri di punta dei cannonieri più potenti di tutte le squadre valevano ciccia contro la magia della coppa lunare suprema di Sailor Moon. Tanto valeva schierarsi dalla parte del più forte, tanto più se il più forte combatteva in nome della luna, e non in forza di qualche residuo ormonale, primitivo e incontrollato. Per il mio ottavo compleanno, decisi di farmi regalare tutte e cinque le bamboline guerriere Sailor, pienamente consapevole e vagamente fiero di portare scandalo in società, trasgredire il modello di bambino militarmente equipaggiato che, nel frattempo, tutti i miei coetanei andavano incarnando, tra l’altro con pericolosa convinzione, e che io, invece, trovavo out, banale, noioso e decerebrante. Vieppiù, le armi e i militari erano soggetti poco spendibili per le sceneggiature barocche, mistiche, moraleggianti, trascendentali, che sviluppavo sempre in terza persona, ogni pomeriggio, dalle quindici alle sedici, dai cinque ai dodici anni, animando manualmente qualsiasi oggetto mi capitasse a tiro con fare misericordioso e tollerante: posate, bomboniere sfasciate, penne, cavatappi, tubi di scarico incrostati, pupazzi kinder, papere da allevamento… Tuttavia si combatteva spesso anche nelle mie sceneggiature, tuttavia in modo più pulito e inodore, melodioso e anemico, lontano da trincee, mine antiuomo e mense di servizio, rigorosamente in fuku alla marinara.
Da piccolo avevo un cuginetto acquisito con cui giocavo insieme durante le feste comandate nella casa della coppia di zii in comune. Si chiamava Mario e parlava sempre di Barbie sirena, Barbie principessa, Barbie ballerina, Barbie, Barbie, Barbie e Barbie di qua e Barbie di là, parlava tanto, parlava in fretta e io non lo seguivo tanto. Le Barbie in questione appartenevano alle cugine in comune e abitavano nella cameretta di queste. Ogni volta che finivamo in questa cameretta, Mario insisteva che dovevamo giocare con le Barbie, ma le Barbie non avevano alcun potere magico, loro non potevano salvare il mondo, passavano il tempo a trangugiare ettolitri di cocktail e incignare vestiti nuovi, che poi erano sempre gli stessi vestiti, ma a Mario piaceva di inscenare che fossero sempre ‘nuovi’ e, parimenti, a Mario piaceva di inscenare che i bicchierini da cockatil – in dotazione con il Bar di Barbie – all’interno della Cucina di Barbie – compresa nella Casa di Barbie – nella cameretta delle cugine in comune – - – - non si vuotassero mai, per declamare un civettuolo, sospirato, patetico, prolisso, personalissimo, flusso di coscienza in veste di Barbie, tra un sorso e l’altro, e l’altro, e l’altro e l’altro ancora. La mia Barbie, comunque, aveva un carattere molto diverso dalla Barbie di Mario. Tanto per cominciare odiava lo shopping, odiava i cocktail (infatti non incontrava mai l’altra pur abitando nella stessa cameretta), amava andare in giro nuda e aveva un senso dell’orientamento così scarso da imbattersi puntualmente nel temibile orso Trudy, un maniaco sessuale che, svoltato l’angolo del divano letto, la stuprava in tutte le salse e, alla fine, se la mangiava, anche, in tutte le salse. Lo ammetto, ogni tanto anch’io mi lasciavo andare e, fra un tirata moraleggiante e l’altra, facevo spazio a copioni con quattro bollini rossi che non avevano niente da invidiare a quelli di Tinto Bras. Mentre la mia Barbie era brutalmente massacrata a morsi dallo stupratore peloso e gridava di dolore e lo stupratore peloso rugliava di piacere, la Barbie di Mario usciva dall’ennesimo negozio di abbigliamento cartonato, raggiante e splendente come in uno spot di dentifricio, o come in uno spot di Barbie, con indosso un completino ‘nuovo’, pronta per un nuovo cocktail dai mille, lunghissimi sorsi.
Da piccolo non immaginavo che Mario sarebbe diventato così bella, talmente bella che ormai non ci si può più rivolgere a Mario come se fosse un bel ragazzo, ma come se fosse proprio una bella ragazza. A ben guardare, nessuna bella ragazza si chiama Mario, anzi, per come la vedo io, neanche la ragazza più cessa meriterebbe di farsi chiamare Mario. Perfino il mio professore si chiama Maria ed è un cesso di uomo. Insomma, una bella ragazza com’è diventato oggi Mario ha tutte le carte in regole per chiamarsi Maria. E Mario ha permesso a tutti di chiamarlo, appunto, Maria. Da un anno Mario è ufficialmente Maria, piacere. Per il suo primo compleanno nei panni di Maria, ieri, Maria ha invitato gli amici a un esclusivo party a tema, a casa della nonna (che da anni la salute costringe in trasferta a casa della figlia). Il tema era “Gli anni ’50”, svolgimento: Maria mi appare come un fantasma a lutto in mezzo al corridoio, in tutto l’allure esplosivo, scintillante, appariscente, sicuro, esperto, di donna appena, dolorosamente, silenziosamente, profondamente, serenamente, quasi completamente ritrovata. Baci, abbracci, sei meravigliosa, e tu di più, il vestito è un po’ troppo Dolce&Gabbana per essere anni ’50 e anche un po’ troppo lungo per questa casa, gioia. E infatti Maria cade, lunga lunga a terra, lungo il corridoio. Un tonfo sordo e non troppo inatteso per tutti. Tutti erano vestiti come i nonni e le nonne, tranne io, naturalmente. È stata una bella serata, in cui non ho mancato di ridere e far ridere, ahimè, involontariamente. Mi sono innamorato di un’amica di Maria e mi sono sentito impotente. E anche molto più basso di lei. Ho posto molte domande ma non sempre ho avuto risposte; c’è stata almeno una controdomanda. Mi sono seduto per primo, mi sono alzato per prendere un tovagliolo e non mi sono seduto mai più. Qualcuno mi si è parato innanzi con un vassoio stracolmo di dolci, ma ho capito che me li stesse offrendo quando era troppo tardi per servirmene: avevo già accuratamente scansato il tizio con tutto il vassoio, credendo che volesse farsi semplicemente largo fra gli ospiti. Ho fatto molte foto senza sapere di chi fosse la macchinetta. Non ho fatto nessuna foto con la macchinetta che mi è stata raccomandata. Ho bevuto in continuazione ma non ho fatto neanche una pipì. Non mi è scappata la pipì neanche ridendo in ginocchio. Ho dormito a occhi aperti e mi sono svegliato a casa mia. Sono corso in bagno.

